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Reports Investment Report

News di Economia e Finanza.

In collaborazione con...
The Royal Bank of Scotland


Investment Report.



Paese: AUSTRALIA.

   L’Australia è stata soprannominata negli anni ’60 “il Paese fortunato”, grazie alla sovrabbondanza di risorse naturali (sfruttabili sia per il contenuto minerale che per la potenzialità agricola), il clima mite nelle zone più abitate (soprattutto il litorale orientale) e la sua popolazione relativamente contenuta. Il Paese conta appena 21,5 milioni di abitanti in un territorio grande ben 26 volte quello dell’Italia; una caratteristica che lo rende tra i Paesi meno densamente abitati al mondo. È stata soprat tutto la sua posizione importantissima come esportatore di minerale ferroso, metalli industriali, carbone e prodotti agricoli come frumento, carni e zucchero che ha contribuito a una costante crescita del Pil negli ultimi 18 anni e ha spinto il Paese in testa alla classifica OCSE in termini di performance economica durante l’ultima crisi economica mondiale. L’Australia ha evitato una recessione (definita come due trimestri consecutivi con il Pil in calo) durante la recente crisi ed è stato il primo Paese nel mondo sviluppato ad alzare i suoi tassi d’interesse (si vedano i vari commenti sul Dollaro australiano negli Investment Report 5, 16 e 26 del 2010). Allo stesso tempo, nonostante il forte programma di stimoli economici attuati in risposta alla crisi, l’indebitamento statale rimane molto contenuto, a meno del 20% del Pil.

   La ragione di questa ottima performance risiede soprattutto nella prosecuzione della domanda cinese per molte delle materie prime esportate dall’Australia; questa stessa fortuna manifestatasi nei momenti peggiori della crisi economica potrebbe, però, rivelarsi un’arma a doppio taglio in quanto la nazione risulta senz’altro in prima linea fra i Paesi più vulnerabili a un rallentamento della crescita economica in Cina. Questo rischio è stato ampiamente annunciato in questi Investment Report; ci si limita a far notare la continua discesa del Baltic Dry Index in questi ultimi tempi, attualmente di circa il 20% al di sotto dei livelli indicati solo due settimane fa nella sezione dedicata all’argento nell’Investment Report 27 del 2010. Il successo delle società concentrate nelle esportazioni, i due esempi più blasonati sono BHP Billiton e Rio Tinto, rispettivamente 13 e 3% circa dell’indice S&P/ASX 200, ha percolato sino all’economia domestica, creando le condizioni per un boom immobiliare e una rapida espansione dei consumi familiari. Questo fenomeno ha dato un notevole beneficio sia al settore finanziario del Paese che a quello immobiliare; un beneficio che si potrebbe anche ritenere eccessivo, a giudicare dalla composizione dell’indice (tra i più rappresentativi dell’economia australiana in quanto i suoi 200 componenti contano per quasi l’80% della capitalizzazione della borsa di Sydney). Il peso dei settori finanziario e immobiliare, complessivamente al 40% circa, supera quello delle materie prime, al 33% circa. Occorre notare che le quattro banche principali del Paese occupano il secondo e quinto posto in termini di peso nell’indice (24% circa in totale). Inoltre, appena il 6,5% di peso nell’indice S&P/ASX 200 dedicato al settore industriale è un classico sintomo del “male olandese” di cui si è parlato nell’Investment Report numero 27 del 2010. La differenza tra i Paesi Bassi e l’Australia è che il boom dei consumi domestici della seconda ha creato un ostinato deficit sia commerciale che nelle partite correnti, entrambi fattori da ritenere negativi nel lungo termine in quanto contraddistinguono un Paese che consuma più di ciò che produce. Questa doppia esposizione, da un lato all’andamento dell’economia cinese e dall’altro a consumi domestici poco equilibrati, potrebbe, secondo alcuni esperti, rendere l’Australia vulnerabile a una ricaduta a livello azionario e valutario. Nel lungo termine, però, non si può negare l’importanza di una società come BHP Billiton, la maggiore società mineraria al mondo, che offre agli investitori un’ottima diversificazione sia in termini di esposizione geografica sia in termini di materie prime prodotte. L’importanza di questa società per il Paese può essere vista nella reazione alla recente proposta di una tassazione straordinaria sui profitti provenienti dalle attività estrattive da parte del Primo Ministro Rudd. Entro poche settimane, Rudd è stato sconfitto dopo una sfida alla leadership del partito laburista provocata sostanzialmente dai timori per il futuro del settore minerario in Australia.

   In conclusione, la sorte dell’Australia è intimamente legata al ciclo di espansione del benessere nell’Asia e quindi dovrebbe continuare a prosperare. Tuttavia, la crescita non può procedere senza momenti di difficoltà ed è plausibile che l’economia possa rivelare qualche brutta sorpresa nel breve-medio periodo, sia a causa dello scenario macroeconomico mondiale, sia per i particolari squilibri sviluppatisi nel mercato domestico.







Materia Prima: PETROLIO.

   Il mercato del petrolio ha subito una scossa notevole negli ultimi mesi, non tanto da fattori relativi alla disponibilità di petrolio nel breve termine, quanto dalla grave emergenza nel Golfo del Messico provocata dalle perdite del pozzo Macondo di BP. Per capire l’entità della situazione è possibile fare un confronto con il disastro dell’Exxon Valdez in Alaska del 1989: l’Exxon Valdez perse 262 mila barili di petrolio, mentre le stime delle perdite derivanti da Macondo finora oscillano tra i 2,9 e i 5 milioni di barili. L’effetto di questo disastro ambientale sarà sicuramente quello di portare un periodo di profondo ripensamento sulle prospettive di sviluppo delle risorse petrolifere in acque profonde. Questo periodo di riflessione, con tutta probabilità, non fermerà lo sviluppo dei nuovi giacimenti in alto mare, ma diminuirà il numero di trivellazioni e aumenterà il livello di prudenza richiesta agli operatori. La conclusione inevitabile è che pian piano si stanno raggiungendo i limiti dello sviluppo per il petrolio: del resto, se esistessero giacimenti più facilmente sfruttabili, per quale motivo si dovrebbe andare a cercare il petrolio in fondo al mare in luoghi che sono estremamente sfavorevoli per qualsiasi attività umana?

   Passando all’analisi dei dati di produzione, si può affermare che i massimi storici per la produzione mondiale, raggiunti nel primo trimestre del 2008 a 87 milioni di barili al giorno, rimangono sinora inviolati. Non è dato, ovviamente, a sapere se il primo trimestre del 2008 sia stato il momento del cosiddetto “picco del petrolio”, ma da quando la produzione inizia un lento declino, più tempo passa senza il superamento del massimo livello e più tale ipotesi diventa credibile. Recentemente, si è raggiunto il livello di produzione più vicino alla soglia degli 87 milioni di barili, quando, nel mese di aprile, si sono superati gli 86,8 milioni di barili al giorno, secondo i dati dell’International Energy Agency (IEA). Il mese di maggio, però, ha mostrato un calo di oltre 500 mila barili al giorno, per motivi legati, secondo l’IEA, alla “manutenzione stagionale” nei Paesi non-OPEC. Dal lato della domanda, le ultime previsioni IEA indicano una richiesta mondiale pari a 86,4 milioni di barili al giorno per il 2010, un livello leggermente superiore rispetto alla produzione indicata per il mese di maggio, mostrando quindi un’impostazione rialzista nel medio termine. È interessante notare in questo contesto il calo delle quotazioni del petrolio avutosi nel mese di maggio, sostanzialmente a causa dei timori per un rallentamento economico in Cina, insieme alle difficoltà economiche nella zona Euro. Tuttavia, il calo si è fermato intorno ai 70 Dollari al barile, e le quotazioni continuano ad oscillare tra i 70 e gli 80 Dollari al barile. A questi livelli, non si può dire che i produttori non siano ampiamente incentivati a estrarre il petrolio, soprattutto considerando che le quotazioni nel primo trimestre del 2008 erano solamente di circa 10 Dollari al barile superiori ai livelli attuali. La soglia dei 90 Dollari al barile dovrebbe essere considerata un livello importante per i produttori e nel caso non si raggiungano livelli di estrazione superiori agli 87 milioni di barili al giorno in tali condizioni, il fenomeno del picco sembrerebbe essere una distinta possibilità. La domanda di petrolio, come si è sostenuto più volte in questi Investment Report, è da considerare in aumento nel futuro, grazie al crescente benessere dei Paesi emergenti. Come conferma di questa ipotesi, e come spiegazione del calo molto contenuto delle quotazioni a maggio, basta considerare il comportamento della Cina in questi ultimi mesi. I dati sulle importazioni petrolifere hanno indicato una diminuzione del 16% nei volumi importati nel mese di maggio (17,65 milioni di tonnellate in totale), a causa dell’aumento dei costi. Il mese di giugno, invece, ha registrato un nuovo record per le importazioni a 22,14 milioni di tonnellate (+25% rispetto a maggio). Questa disponibilità a intervenire nel mercato e a far crescere le proprie scorte è il segno più chiaro delle prospettive di medio-lungo termine per il petrolio, anche nel caso l’economia dovesse rallentare nel breve termine.







Tasso d’interesse: EURO.

   Rispetto all’ultimo commento sui tassi d’interesse della zona Euro (EONIA, EURIBOR e Bund – per un approfondimento delle loro caratteristiche, si rimanda all’Investment Report numero 2 del 2009) occorre segnalare un importante cambiamento sviluppatosi nel mercato. La scadenza, a fine giugno, di 442 miliardi di Euro di prestiti con durata a 12 mesi rappresentava un temibile evento per molti osservatori; sebbene non vi siano stati particolari problemi nel gestire tale scadenza, il fatto che i 442 miliardi siano stati rimborsati e sostituiti con meno di 200 miliardi di prestiti di più breve durata rappresenta una notevole riduzione della liquidità nel sistema Euro. L’effetto si questo “drenaggio” della liquidità si osserva nel grafico riportato dei principali tassi interbancari, l’EONIA (0,394%, in aumento rispetto allo 0,3% di inizio giugno) e l’EURIBOR a tre mesi (0,827%, in aumento rispetto allo 0,645% di fine aprile). A giudicare dalle recenti dichiarazioni del Governatore della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, l’aumento dei tassi d’interesse e la riduzione della liquidità nella zona Euro potrebbe apparire una cosa gradita, dato che i recenti dati macroeconomici, soprattutto per le esportazioni tedesche, hanno indicato una ripresa più forte delle attese mentre l’inflazione, all’1,4%, tende a tornare verso l’obiettivo della BCE, attestandosi al di “sotto, ma vicino al tasso del 2%”. Il prossimo 23 luglio è atteso un altro cruciale appuntamento che potrebbe contribuire a incrementare la volatilità dei mercati a causa della pubblicazione dei risultati degli “stress test” per 91 delle più importanti banche europee. È probabile che almeno alcuni istituti di credito dell’Eurozona vengano identificati come carenti in termini di capitale, un’ipotesi che trova conferma nella recente corsa all’emissione di nuove obbligazioni bancarie. Inoltre, la decisione di emettere nuove obbligazioni prima dei risultati è un chiaro segno di incertezza sulla reazione dei mercati finanziari a questi stress test. Certo non vi è da escludere una nuova impennata dei tassi interbancari fino a un livello che potrebbe indurre la BCE a intervenire con l’intento di abbassarli.







Energia Rinnovabile: RINNOVABILI.

   L’andamento dell’indice RBS Clean Renewable Energy TR Index indica una leggera ripresa nel corso degli ultimi mesi, probabilmente grazie al fatto che molte delle notizie negative sul taglio delle tariffe agevolate per l’energia rinnovabile sono ormai già state scontate (si veda la sezione dedicata all’energia solare nell’Investment Report numero 26 del 2010). Nel contempo, vi sono indicazioni da parte degli Stati Uniti per un rinnovato impegno verso il settore, dopo l’approvazione di 1,85 miliardi di Dollari di garanzie per prestiti ad Abengoa Solar e Abound Solar. Sebbene queste due società non siano parte dell’indice, la prospettiva che la perdita di tariffe agevolate in Europa venga compensata in qualche modo da quelle disponibili in altri mercati dovrebbe dare più fiducia al settore. Un’altra prova dell’appetibilità del settore tra gli investitori giungerà con la probabile offerta pubblica di vendita di ENEL Green Power entro la fine del 2010. Secondo Bloomberg New Energy Finance, l’offerta prevista in 9,6 miliardi di Dollari costituirà circa la metà dei nuovi titoli azionari emessi nel corso del 2010 e, se realizzata, contribuirà a un aumento del 300% rispetto al 2009. Le prospettive per l’indice dovrebbero essere favorite anche dall’importante peso dato a due società brasiliane, Companhia Paranaense de Energia e CEMIG (complessivamente 32% dell’indice), le cui performance saranno influenzate dalla crescita economica in Brasile e non dalla disponibilità di tariffe agevolate (si veda anche la sezione dedicata ai cambiamenti climatici dell’Investment Repor t 27 del 2010).


Azione: INTESA SAN PAOLO.

   La collocazione di Banca Fideuram non ha ancora trovato la sua soluzione; il Gruppo Intesa San Paolo, dopo l’annuncio di non procedere alla sua quotazione per le condizioni di mercato sfavorevoli, si trova ancora una volta di fronte a un bivio: la vendita o la collocazione in Borsa, si vedano a tal proposito gli Investment Report numero 13 del 2010 e 36 del 2009. Ma ancor più significativo è il fatto che, pur nella necessità di dover reperire capitali e migliorare i coefficienti patrimoniali, il Gruppo bancario non appare disposto a svendere gli asset ritenuti non più strategici; come alternativa, Intesa San Paolo ha proceduto all’emissione di un prestito subordinato riservato a investitori professionali internazionali per 1,25 miliardi di Euro della durata di 10 anni e a un tasso fisso del 5,15%. L’utile netto del primo trimestre, pari a 688 milioni di Euro, ha mostrato un incremento del 26,7% rispetto al quarto trimestre e un calo del 36% rispetto al medesimo trimestre dell’anno precedente; un risultato che deve essere letto con attenzione in quanto entrambi i trimestri dell’anno precedente erano affetti da componenti non ricorrenti, che una volta depurate mostrerebbero un incremento dell’utile netto del 76,2% sul quarto trimestre e del 10,2% sul primo. L’esposizione a titoli governativi dell’area PIGS appare contenuta: 840 milioni di Euro per la Grecia e 239 per l’Irlanda; nessuna esposizione verso Spagna e Portogallo. Osservando l’andamento delle quotazioni, dopo aver testato più volte, tra maggio e giugno, i supporti in area 1,90, Intesa San Paolo sembra intenzionata ad attaccare la forte resistenza posta a 2,50; in caso di esito positivo si potrebbe aprire la strada per tornare a lambire i 3 Euro, in caso contrario il titolo potrebbe nuovamente scivolare verso i 2 Euro.


* Valori indicativi registrati al 08.07.10

   A cura di RBS - Tratto dalla newsletter "Investment Report n. 29 del 19 luglio 2010."

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