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Special Box La Tribuna

Gpf, unica via l’estinzione?
La Tribuna.

   La Mifid ha inflitto un duro colpo alle gestioni patrimoniali in fondi, tanto da farne temere l’estinzione. Non che il loro stato di salute prima dell’entrata in vigore della direttiva comunitaria fosse ottimo, dal momento che sono accusate di alti costi e bassi rendimenti. Tuttavia, il divieto di retrocessione da parte delle società di gestione le ha rese poco redditizie per chi le fa e le vende.

   Molte banche hanno deciso, quindi, di congelare le Gpf di nuova sottoscrizione, pensano di smantellare il servizio, generando pesanti deflussi dal già provato settore dei fondi, e cercano di spostare i clienti sui prodotti strutturati e assicurativi. La situazione potrebbe aggravarsi prima dell’estate, quando scadrà il periodo transitorio per l’adeguamento dei contratti esistenti.

   Il nodo della questione sono le retrocessioni, o, per dirla in termini comunitari gli inducement. Nel redigere il nuovo regolamento degli intermediari, che ha attuato la Mifid in Italia, la Consob ha vietato questo tipo di accordi, interpretando in modo rigoroso l’orientamento del Cesr, il Comitato europeo dei regolatori, in base al quale essi non sono proibiti in modo assoluto, ma mettono in crisi il dovere di agire nell’interesse del cliente.

   In un recente documento, Assogestioni ha manifestato preoccupazione per gli effetti che l’applicazione della disciplina in materia sta provocando nell’industria, proponendo alcune possibili soluzioni, in vista della redazione da parte della Commissione di vigilanza italiana dei provvedimenti di “livello 3”, ossia quelli che danno le linee interpretative della normativa di attuazione della direttiva.

   Ricordando che lo spirito della Mifid è quello di promuovere un unico mercato europeo dei servizi finanziari, che porti a una riduzione dei costi e offra più trasparenza e scelta per gli investitori, esistono due punti fondamentali che non possono venire meno e che emergono dalle riflessioni dell’associazione di categoria. Il primo è l’equiparazione del trattamento regolamentare per prodotti con un contenuto finanziario equivalente, il cosiddetto level playing field, per evitare che il risparmio finisca in strumenti più opachi e soggetti a normative meno vincolanti, in chiaro contrasto con l’obiettivo della direttiva di mettere al primo posto l’interesse del cliente.

   Il secondo aspetto è la necessità di omogeneità di disciplina tra i Paesi membri. Se la posizione della Consob dovesse rimanere isolata, l’Italia sarebbe svantaggiata rispetto al resto d’Europa, ma soprattutto fallirebbe il tentativo della direttiva di creare un mercato dove tutti possono competere ad armi pari. La questione non è di poco conto. Pensiamo ad esempio a una Gpf di un operatore estero, costruita nella nazione di origine, dove non sono vietati gli accordi di retrocessione, e venduta in Italia. In questo caso, potrebbe accadere che venga collocato da noi un prodotto che continua a beneficiare di retrocessioni a differenza delle gestioni domestiche.

   Per le Gpf, il cambiamento è una scelta obbligata, ma sentenziarne la fine appare prematuro. Sicuramente, nelle soluzioni passate diverse cose non hanno funzionato, in particolare gli alti ricarichi, le strategie basate sull’obiettivo di battere il benchmark anziché costruire portafogli coerenti con il profilo del cliente, la vendita diffusa e standardizzata, quando per definizione le Gpf sono servizi individuali con i quali si incarica l’intermediario di gestire un patrimonio per proprio conto, coerentemente con il proprio profilo di rischio/rendimento.



   A cura di Sara Silano di Morningstar.it, del 14 Febbraio 2008.


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